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Lo scandalo delle monache di Sant'Ambrogio

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Lo scandalo delle monache di Sant'Ambrogio
«Salvami! Salvami!» Nell'estate del 1859 una drammatica richiesta d'aiuto rompe il silenzio della clausura nel monastero di Sant'Ambrogio a Roma, luogo di culto che, situato a poca distanza dal Vaticano, ha accolto in più occasioni ospiti di riguardo e può vantare illustri protettori. La principessa Katharina di Hohenzollern, monaca proveniente da una famiglia di alto lignaggio e fervida religiosa, è convinta che, fra le mura del convento, qualcuno stia attentando alla sua vita, somministrandole a più riprese del veleno. La denuncia di Katharina al cugino, l'arcivescovo Hohenlohe-Schillingsfürst, non rimarrà inascoltata a lungo. Il tribunale dell'Inquisizione istruirà un processo nel corso del quale, mediante un accurato vaglio di numerose testimonianze, si finirà per andare ben oltre le aspettative dei giudici e verranno alla luce fatti a dir poco sconvolgenti: novizie vittime di abusi, padri confessori che somministrano benedizioni tramite baci assai poco casti, rapporti saffici, monache che sperimentano stati di estasi mistico-sessuale, misteriose sparizioni, accuse di affettata santità e venerazione di false reliquie. Eventi scandalosi protrattisi per decenni senza che nessuno, al di fuori di quel luogo sacro, ne fosse mai venuto a conoscenza. Nulla dell'«affare Sant'Ambrogio», visto il coinvolgimento nella vicenda di alti prelati, importanti teologi e del papa stesso, sarebbe dovuto trapelare e diventare di pubblico dominio. Ma, tramite un esame minuzioso degli atti processuali, rimasti per più di un secolo celati negli archivi vaticani e solo in epoca recente resi accessibili agli studiosi, Hubert Wolf riesce a far rivivere e a dare voce, con estrema sapienza narrativa e precisione filologica, ai personaggi che di quegli eventi furono attori e spettatori per arrivare a stabilire se «tutto quanto era accaduto era stata opera del Demonio», o se piuttosto, come ebbe a dire la stessa Katharina, «la clausura non serve ad altro che a velare delitti». 

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